EDUCARE ALLA PAROLA

post date31 Agosto 2018  •   post categoriesNEWS

educare alla parola

EDUCARE ALLA PAROLA

 

Siamo i primi a doverlo fare. Occuparci di comunicazione è una grande responsabilità perché ci rende educatori. Veicolare messaggi veritieri e trasparenti può aiutare a migliorare una situazione sociale ormai portata al collasso.

 

Lo ammetto, non è facile! Ci scontriamo ogni giorno con problematiche sempre più complesse e difficili da gestire. Siamo in un mondo globalizzato dove le informazioni ci raggiungono ad una velocità impressionante; la nostra mente non è in grado di elaborarle, sono troppe!

Siamo bersagliati da fake news e personal news che ci portano ogni volta a chiederci: “Sarà verò?”.

La nostra opinione e il nostro pensiero in merito ad una questione rischiano di venir veicolate da opinioni e pensieri altrui senza che ce ne accorgiamo. Facciamo nostre quelle opinioni perché sono state create per stimolare quei sentimenti istintivi primordiali che la ragione dovrebbe invece contenere. Non abbiamo tempo, siamo sempre di corsa e ci sembra di non aver tempo di verificare, approfondire…

Questo tempo però dobbiamo trovarlo! Non possiamo liquidare la questione dicendo a noi stessi: “Se lo dice lui sarà vero!”. Non funziona così. Così facendo alimentiamo incomprensione, ignoranza ed estremismi.

Quando ci si occupa di comunicazione questo aspetto diventa ancora più complesso. L’etica nel nostro lavoro è importantissima ma in questi ultimi anni la stiamo perdendo per dar valore più al profitto. Siamo disposti a piegarci ad ogni richiesta da parte del Committente, dimenticandoci che il nostro vero Cliente è l’utente finale.

Siamo un po’ come i giornalisti: loro usano la parola, noi le immagini associate alle parole.

Ho notato però che in questi ultimi decenni i giornalisti tendono ad essere cronisti senz’anima. Nel senso che riportano le informazioni così come gli vengono fornite senza scorgere incongruità e senza approfondire se ciò che viene riportato rispecchia veramente la realtà.

E noi esperti in comunicazione cosa facciamo? Verifichiamo se ciò che si comunica sia veramente vero? Forse. Dico forse perché sta diventando un male comune e il rischio e che abbia contagiato anche il nostro settore.

Quando rifletto su questi aspetti mi piace rileggere Tullio De Mauro – professore di Linguistica generale all’università La Sapienza di Roma.

 

APPROPRIARSI DELLA PAROLA

L’adulto colto ha vissuto allora tutta la fatica di mobilitare corpo e cervello per trasformare l’impulso naturale primordiale al comunicare nel cammino che lo ha portato a farsi partecipe di una cultura determinata e a salire in uno spazio dove parole, cifre, formule aleggiano leggere e sono quasi sempre, quasi tutte, a portata di intelligenze che hanno imparato a muoversi sempre più speditamente.
Ma in generale l’adulto istruito quella fatica l’ha dimenticata: la sua mente scorre distratta, come su una cosa ovvia, quando legge che il parlare umano è qualcosa di naturale e però è anche qualcosa di culturale, di storico.
Se uno riesce a comunicarglielo, l’istruito apprende con stupore che è non è altrettanto ovvio mettere insieme le due affermazioni in modo concettualmente coerente, oltre che col trattino con cui scriviamo lingue storiconaturali.

La visione del parlare che qui vogliamo delineare ha la presunzione di togliere ovvietà a quel che appare ovvio, non per il gusto di complicare le cose ma perché l’adulto istruito avverta l’enormità del privilegio che la storia della specie e remote fatiche infantili gli hanno dato.
E questa è una condizione necessaria per trarne qualche conseguenza. E perché anche altri, non uno di meno se possibile, si affaccino nell’aereo mondo mirabile dove può muoversi la sua mente.

PARLARE A VUOTO.

Eclissi del corpo e artificialità ci espongono al rischio del parlare a vuoto. Il parlare non gira a vuoto soltanto se i suoi contenuti si ancorano, prima o poi, a un esperire concreto. Specie nelle fasi di apprendimento, soltanto per tale via si formano i significati: a partire da sensi assai determinati e sperimentati nel vivo, operativamente, con intervento non solo dei canali percettivi ‘nobili’ (vista, udito), ma anche dei più rudimentali (tatto, gusto, olfatto).

Anche la comprensione si realizza attraverso processi di adattamento, di va e vieni, tra lo scorrere di sensi determinati e il bagaglio di potenzialità semantiche delle parole disponibili per il ricettore.

Senza circoscritte esperienze individuate da particolari sensi in cui si concretano i significati delle frasi di un locutore che non parli a vuoto, il ricettore rischia di accogliere queste frasi come formule vuote. E di diventare lui stesso poi un ripetitore di formule vuote, un rischio colto già tanti anni fa genialmente da Georges Orwell (Politics and English Language, 1946).

La prima conseguenza da trarre è cercare di non smarrire mai la coscienza del rapporto di continuità che lega, immediatamente o mediatamente, il più aereo e astratto dei significati al concreto e all’immediato esperire. La seconda conseguenza è poter capire quanto lunga è la strada che porta dalle esperienze più concrete e immediate alle elaborazioni più astratte e intessute di mediazioni e ciò ci aiuta anche a capire quanti sono quelli che non la percorrono tutta, ma si perdono lungo il cammino. Una lingua è fatta in modo che in qualche misura sia possibile comunicare con parole anche oltre la distanza culturale, ma ciò avviene solo in modo limitato.
Il gioco verbale più denso di significati complessi gira a vuoto per molti. Non bisogna disperare: utilizziamo solo una parte assai piccola delle potenzialità di comunicazione che ci offre una lingua.

Possiamo fare passi avanti sulla via antica della comprensione reciproca e della comprensione e intelligenza del mondo. Purchè chi guarda in fondo al linguaggio vi scorga la necessità che esso, se non vuole limitare la sua stessa funzione, si faccia esso stesso educazione alla parola in tutte le sue potenzialità.

l’intero articolo è pubblicato su nuovoeutile.it

 

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